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Il 'Popolo Fatato'
Un sintetico tentativo di descrizione dei Celti
li definisce come il popolo più antico
nel quale gli Europei possano riconoscersi. In
un clima d'Europa unita pare essere questo il
primo motivo della loro attualità. Solo
recentemente la reputazione dei Celti è
stata riabilitata, riscoprendoli attraverso reperti
archeologici come un popolo particolarmente sensibile
e creativo che ha loro valso l'appellativo di
'nobili selvaggi' dediti all'arte, alla musica
e, soprattutto, al culto della natura e della
sua energia.
In tale contesto l'Irlanda merita una menzione
particolare poiché, per affinità
culturali associate al fatto di non essere mai
stata invasa dalla latinità, ha preservato
nei secoli un'identità assai vicina al
culto di tali usi e costumi. Il ceppo irlandese
subì influenze meno pressanti rispetto
ai suoi parenti continentali e dunque coltivò
più a lungo il culto delle proprie tradizioni.
I Celti vantano un excursus storico -per molti
versi misterioso- che va dall'alta Età
del Bronzo sino all'avvento della romanità
(51d.C, anno della resa di Caratacos all'imperatore
Claudio). Quest'ultima è la rigorosa versione
storica; quella popolare più romantica
coincide con la morte di Re Artù sull'isola
magica di Avalon. Non a caso la loro epopea tramandata
-per loro volontà religiosa- dalla novellistica
popolare di tradizione orale, tende a dipingere
con un alone cavalleresco e leggendario tutto
ciò che ne è venuto a contatto,
al pari d'una pietra filosofale della storia.
Sino alle prime cronache scritte della romanità
e poi dell'alto Medioevo, tutta la loro cultura
era basata sulla trasmissione verbale delle nozioni.
I Druidi, la casta sacerdotale che deteneva il
sapere, memorizzava con grande fedeltà
fatti e leggende, poemi e canti composti dai loro
bardi.
Nell'evoluzione dell'ordine naturale delle cose,
facile dunque ereditare dai miti e dalle leggende
celtiche una naturale propensione al fiabesco.
<<Può essere che gli elementi abbiano
i loro figli (...) e sono certo che l'acqua dei
mari e dei laghi e della nebbia rugiadosa, dell'aria
e della pioggia abbia fatto quasi a sua immagine
l'irlandese>> scrive William B. Yates nel
suo Crepuscolo Celtico. Ruscelli che chiocciolano
con cascate verdi come l'erba che dà il
nome all'Isola di Smeraldo, fiumi rugginosi e
laghi immobili e trasparenti come cristallo. Tutto
vero. Anche la pioggia che dà loro vita
e che scroscia sulla patria del trifoglio trecento
giorni l'anno. Gli inverni sono mitigati dalle
propaggini della corrente del golfo, ma sono umidi,
con giornate brevi e lunghe serate davanti al
fuoco; quello di torba nella capanna una volta,
quello del camino poi. Quale terreno più
fertile per racconti e fiabe che sguazzano nel
fantastico dando vita a un'infinita tradizione
novellistica che deve aver modificato addirittura
il genoma degli irlandesi? Da Tolkien sino ai
giorni nostri. Parafrasando Oscar Wilde (nelle
sue battute al vetriolo riservate agli italiani),
che si esprimano in gaelico o in lingua corrente,
l'Irlanda è un paese di quasi sei milioni
di abitanti tutti abili affabulatori, persino
coloro che scrivono per professione.
Le vicende che vengono narrate s'intersecano sempre
in un costante rapporto con l'Aldilà, gli
dèi possono manifestarsi con sembianze
animali, la natura può incarnare altre
entità, le acque sono dispensatrici d'energia.
I misteri s'intrecciano dunque a miti e leggende
dell'arcano, rendendo questo mondo bucolico ancor
più affascinante nell'intrico delle loro
selve, foreste dove nobili eroi s'incamminano
ad affrontare l'ignoto. Vero è, come cita
Dennis Walsh commentando gli Annals of the Fourth
Masters che <<gli scolari seri hanno sempre
sentito dire che la storia dell'Irlanda non è
attendibile o realmente conosciuta prima dell'anno
500 a.C. Pertanto tenetene conto quando leggerete
dei primi miti e storie di questa nazione>>.
Anch'io ne sono rimasto contagiato, ambientando
i miei romanzi nell'isola verde. Partendo da nord,
dal Donegal. Un parto del fantastico che coinvolge
in prima persona un principe dell'antichità
appartenente alla mitologia irlandese del 'Ciclo
delle Invasioni': quel Conan di stirpe Fomorian
di cui si narra nell'isola di Toraigh e che è
diventato inconsapevole protagonista della mia
trilogia. In una terra aspra e selvaggia, con
erba salmastra piegata al volere del vento sempiterno,
spiagge bianche e nebbie portate dall'oceano.
Non per niente è soprannominata la 'Costa
dei Fantasmi', popolata da troll e megere, leprecauni
ed elfi che vivono ancora nei cumuli di pietre
celtiche o in tane ricoperte di muschio fa le
radici delle querce. Un 'Popolo Fatato' inamovibile
nell'animo degli irlandesi anche dopo l'avvento
di San Patrizio nel 432, portavoce di una religione
di pace ma con un solo, unico spirito da venerare.
Così, tra brughiere e colline d'erica,
se vi affaccerete ad una limpida sorgente al chiar
di luna forse riuscirete a scorgere la mitica
trota bianca, una trota fario capace di far ritorno
dal mare con una livrea d'argento indossata come
un abito da sposa giusto in tempo per la stagione
degli amori.
Perché, abbandonato il centro congestionato
di Dublino, ancor oggi l'Irlanda offre al visitatore
un paesaggio bucolico che ben poco si discosta
dai secoli passati: dev'essere questa la principale
spiegazione del perché l'Isola di Smeraldo
faccia breccia in così tanti animi avidi
solo di natura. La presenza dell'uomo è
sporadica, con piccole case che punteggiano timidamente
la vastità del territorio. Sembra di vivere
nel passato. Dai muri sbrecciati e petrosi delle
case di pescatori dell'isola di Aran celebrate
in tante foto color seppia, fino ad origini celtiche
così lontane e oscure che nel cuore della
gente hanno lasciato un segno talmente profondo
come nemmeno i libri di storia hanno potuto.
Sono cose giunte sino a noi dal passato attraversandolo,
esattamente con la stessa forza con cui bucano
la nostra immaginazione; con una facilità
impressiva, perché tanto più sono
cose lontane e longeve, tanto più possiedono
un segreto che racchiude la loro forza, un fascino
talmente potente da superare la barriera millenaria
degli anni. Sappiamo anche che queste cose ci
sopravvivranno, riservando a noi solo una piccola
convivenza in quello che è il loro cammino.
In un viaggio nel tempo abbracceranno le nostre
generazioni a venire, riuscendo a stupirle senza
che nessuno si prenda mai la briga di avere ragione
dei loro segreti, restii a svilire l'enigma del
loro longevo fascino.
Tra arcobaleni frequenti dopo ore di pioggia,
tanti romanzieri hanno trovato ispirazione per
ambientarvi capolavori del Fantasy: da "La
Pietra del Vecchio Pescatore" di Pat O'Shea
fino al ciclo di Shannara di Terry Brooks, naturalmente
passando per "Il Signore degli Anelli "
di Tolkien. Perché alla fine dell'arcobaleno
c'è sempre la pentola dell'oro
Tra
manoscritti fatati o incantesimi mortali di druidi
barbuti ornati di vischio, si consuma sempre l'eterna
lotta tra il bene e il male, condita con le astuzie
tipiche della povertà che aguzza l'ingegno
di un popolo e con il motore che fa muovere il
mondo: l'amore. <<Siamo fatti della stessa
materia dei sogni>>, scriveva Shakespeare
che di queste cose doveva intendersene. Se scrisse
"Sogno di una Notte di Mezza Estate",
doveva essergli giunto all'orecchio del gaelico
Tir-Na-nOg, il 'Paese delle Fate', i cui confini
son fatti di nebbie e sogni. Insomma, stiamo parlando
di qualcosa ben oltre la realtà, in un
luogo dove la mitologia si fonde con la fiaba.
Per dirla con Pat O'Shea -autentico, antico bardo-
<<la mitologia è il mezzo con cui
ogni popolo ha cercato di spiegare l'origine del
mondo e il senso della vita. La favola è
pura fantasia. Ma qui in Irlanda si mescolano
facilmente>>.
Dall'alto della sua torre nel Galway anche il
grande William Butler Yeats approverebbe.
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