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La mia avventura da scribacchino
nel paese d'Irlandia
A quanto pare non esiste solo L'Isola Che Non
C'è, ma vive anche un immaginifico, splendido
luogo che prospera nel fantasioso affetto di due
paesi accomunati da cultura e comunicatività,
bellezza e amore per la natura e-perché
no- fantasia: Irlanda e Italia. Non vorrei apparirvi
un po' troppo Lewis Carroll con Alice in Wonderland,
ma avere la certezza che tanta, tantissima altra
gente, in apparenza rigorosamente normale, come
me in realtà sogna l'Irlandia, mi fa sentire
meglio. Anzi, benissimo. Credere in un sogno è
il primo rimedio per sopravvivere. E sognare ad
occhi aperti è la migliore terapia. Specie
se la nostra fantasia attraversa una porta aperta
sull'Isola di Smeraldo e le sue meraviglie, una
porta che lascia passare soprattutto le cose più
belle. E ce ne sono tante.
Quando mi è stato chiesto di tenere una
rubrica fissa sui Celti, ho esitato a lungo prima
di accettare. Cosa avrei potuto offrire io in
più a lettori come voi che -se siete giunti
sino a questa pagina- avete ribadito passione
profonda, preparazione e cultura sul mondo celtico?
Mi è stato risposto che come autore italiano
della prima trilogia sulla storia dei Celti, ne
avevo ben d'onde.
Ringrazio, ma non penso sia merito sufficiente.
Conosco studiosi, cultori della materia celtica
e docenti che lo meriterebbero ben più
di me. Ma visto che tali onore e onere ho deciso
per passione d'accollarmeli, cercherò di
meritarmi tanta fiducia. Enzo Biagi ha scritto
più volte che primo nemico di chi imbratta
pagine -scrittore o giornalista che sia- è
la noia in chi lo legge. Ne ho fatto tesoro nei
miei romanzi e nelle mie sceneggiature, costruendoli
su quelle che sono diventate un mio piccolo marchio
di fabbrica: le tre A; Amore, Azione, Avventura.
Inoltre, se vorrete usarmi la bontà di
arrivare sino in fondo ai miei tre libri del ciclo
Il Romanzo dei Celti, leggerete righe e righe
di ringraziamenti. E' in questo dettaglio che
sta -in buona sostanza- ciò che vorrei
sottolineare ancora una volta. La realtà
tridimensionale nonché la comunità
virtuale (Internet) in lingua britannica costituisce
una galassia di associazioni e club, istituzioni
e gruppi privati davvero sconfinata ed appassionata
nello studio e vivificazione della materia celtica.
Ebbene la mia sorpresa più grande è
stata lo scoprire quanto tale realtà non
sia ad esclusivo appannaggio dei britannici o
dei nord-europei, ma rappresenti anche una splendida
realtà italiana. Sono queste le persone
che ringrazio, sono queste le persone che hanno
permesso la realizzazione di oltre un centinaio
di siti celtici in lingua italiana! E per quello
disorganizzato che cessa di esistere, ce n'è
subito un altro pronto a sostituirlo. E' vero,
tra di essi spicca la comunità di Irlandia,
felice nei contenuti e nelle idee quanto nel marchio.
Ma sono state tutte queste persone -dunque tutti
voi- a darmi suggerimenti e consigli, perciò
sprone e incitamento per completare i miei romanzi
con accertamenti storici precisi e ricerche che
gettavano luci e sguardi curiosi sulle radici
buie e lontane di un popolo osservato -nel mio
caso- nei millenni avanti Cristo. Dunque è
anche a voi stessi che mi state leggendo che va
il mio grazie per l'aiuto entusiastico che mi
avete dato.
Ammirare i Celti, in fondo, è facile: sono
stati un'etnìa che ha conquistato quasi
tutto il territorio europeo quando ancora l'impero
romano era ben lungi dal venire. Quella stessa
Roma imperiale che i Celti conquistarono nel 390
a.C., all'epoca del loro massimo splendore militare.
Al punto che il prof. Peter Berresford Elliss
ha provocatoriamente scritto un saggio dal titolo
L'Impero dei Celti; infatti di regno o reame non
si poteva trattare, visto che non c'era un'unità
di potere centralizzata. Il loro nome (Keltoi,
accezione greca della parola celtica che significa
'popolo segreto') appare per la prima volta negli
scritti del geografo Ecateo, verso il 500 a.C.
Ma a differenza di Egizi, Greci e Romani, i Keltoi
non ebbero mai un vero e proprio regno. Non esistendo
un sentimento d'unità etnica, essi poterono
al massimo riconoscersi come Gaelici o Brettoni,
Galiziani o Irlandesi; ancor più probabilmente
quali appartenenti a un ben preciso Clan o ad
una determinata tùath o tribù. Di
certo li unì il loro ardore combattivo,
rinomato al punto che molti antichi sovrani (etruschi,
cartaginesi e persino faraoni tolemaici) schierarono
fra le file dei propri eserciti legioni di guerrieri
Celti assoldati come mercenari.
E' il popolo più antico nel quale gli Europei
possano riconoscersi. E in un clima d'Europa unita
pare essere questo il primo motivo della loro
attualità. Sono dunque i nostri precursori,
antenati per la prima volta proto-europei. Tutti
dobbiamo loro qualcosa perché ben pochi
fra noi non hanno a che spartire con queste origini.
Una società con radici comuni pur nella
loro indipendenza, genti affratellate da usi e
costumi, capace di coabitare per migliaia di anni
con arte e opere dell'ingegno, incantesimi e leggende
simili fra loro, parità sociali attuali
ancor oggi, sono da considerare per il giusto
spazio che spetta loro nella storia del nostro
continente. Sono giunti sino a noi, nel nostro
terzo millennio. Possano vivere nello spirito
europeo ancora a lungo.
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